Eugenio

 

Era sbarcato con il suo brigantino di 24 metri quando già si stava facendo buio. Alla marina di Rimini si era formata la folla delle grandi occasioni. Tutti ad ammirare quella barca tirata a nuovo e rimessa a lucido, con le sue vele quasi ammainate. Il fiocco e il controfiocco erano già abbassati e i due marinai stavano ormai impacchettando la randa. Eugenio, con il suo cappello in testa, aveva acceso il motore di servizio e stava facendo il suo ingresso trionfale nello stretto canale per ormeggiare la sua barca.  L’aveva scovata in un cantiere nei pressi di Bastia e se ne era innamorato subito. Tre lunghi anni di lavori snervanti, fra tavole di legno e fasciami marci da sostituire e interminabili viaggi a Monfalcone alla fabbrica di vele, per vedere diventare realtà quel sogno che lo aveva accompagnato per tutta la vita. Con i soldi della liquidazione era riuscito, ma lui diceva era stato un colpo di testa, a comprare quel legno vecchio. Trent’anni di lavoro in quel quartiere di Milano, vicino alla Schighera, e una medaglia d’oro che non valeva tutta la fatica per la sua tanto agognata pensione. Avrebbe cenato sulla terra ferma, un pasto frugale e veloce, prima di prendere l’auto che aveva lasciato giorni prima e tornare al suo paese, fra le colline laziali che si affacciavano all’Umbria. Era il luogo che aveva dato il nome al piatto di pasta, famoso nel mondo, tanto rinomato ed apprezzato da tutti. Il viaggio sarebbe durato oltre tre ore, su quella sua vecchia Land Rover che suo fratello, contadino ad Amatrice, gli aveva regalato quando ormai aveva lasciato i campi alle ortiche, diceva lui, come aveva sentito cantare da quell’artista genovese mezzo matto un po’ di anni prima. Poco dopo Grottammare aveva lasciato l’autostrada, salendo ed attraversando i paesi di Acquasanta, Arquata e si era fermato ad Accumoli, a salutare il suo vecchio amico e compagno di lavoro per quasi trent’anni. Battista lo aspettava sotto la torre, un cartoccio sotto il braccio dove aveva ritirato una forma di pecorino, ed una bottiglia di vino in mano. Come Eugenio, si era ritirato al suo paese per godersi la pensione ed aveva rimesso in sesto, con gran fatica, quella vigna. Suo padre possedeva un vitigno prezioso, il Sagrantino di Montefalco, ma ormai la sua cantina e i vecchi torchi, da anni, non erano più impreziositi da quel nettare. Battista, cocciuto e fiero di quel poco che era stato conservato, era ritornato al paese e senza quasi un giorno di riposo dopo l’ultimo fatto in fabbrica, per tre anni aveva lavorato giorno e notte, instancabile, a curare quei tralci e raccogliere i primi grappoli. Quella bottiglia fra le mani era un dono prezioso, il simbolo di un ritorno alla vita, all’amore per quella terra che aveva lasciato poco più che ragazzino. Si incontrarono quando ormai le campane stavano battendo i rintocchi delle undici, notte fonda in quel luogo di anime tranquille, anche in quella serata di agosto. Non c’erano villeggianti. Erano altrove. Solo qualche decina di persone che erano tornate al paese a salutare i genitori o gli zii, e a controllare che quelle vecchie case di pietra fossero ancora vivibili. Un abbraccio rapido e qualche pacca sulle spalle, con la promessa che si sarebbero rivisti qualche giorno dopo. Eugenio ripartì quando era ormai mezzanotte, ripercorrendo quella strada sulla costa della collina che tante volte era stata la sua compagnia nelle notti insonni a Milano. La sua casa non era nel centro del paese, ma poco fuori, vicino al Ponte a Tre Occhi. Una vecchia casa di campagna che suo fratello aveva abitato per anni, dopo che i loro genitori erano mancati. Senza molte pretese, qualche stanza con il soffitto di legno con grosse travi, una cucina con il vecchio forno dove la loro madre per tanti anni aveva fatto il pane, un porticato che dava sul cortile e una vecchia rimessa dove ancora c’era il vecchio trattore. Parcheggiò la sua Land Rover e raggiunse stremato la camera da letto. Non ricordò nemmeno di essersi addormentato. La stanchezza era così tanta che ogni pochi minuti si svegliava, udendo il verso di qualche gufo e di qualche volpe che si aggirava nei campi lì attorno. Aveva preso finalmente sonno che fu svegliato da un boato che sembrava provenire dal basso. Per qualche istante credette di essere ancora sulla barca e temeva che un’onda avesse spezzato lo scafo, ma poi, improvvisamente, fu sbalzato dal letto e ricadde sul tappeto lì accanto. Con fatica cercò un interruttore per accendere le luci, ma nulla, buio assoluto. Si affacciò alla finestra che dava sul cortile, ma non gli riuscì di vedere nulla. Poi una scossa del pavimento lo fece sobbalzare, le sue gambe non lo reggevano, un tremore furibondo si stava impossessando del suo corpo, mentre sentiva al piano di sotto, bicchieri e piatti che cadevano. Il terremoto, pensò. Si precipitò di sotto e afferrò al volo un paio di stivali che suo fratello lasciava di solito nel portico, correndo verso il cortile. Dopo pochi attimi sembrava fosse finito quell’inferno. Intorno alla sua casa non c’erano altre abitazioni. Nessuno cui chiedere cosa potesse essere accaduto. Prese la Land Rover e si diresse verso il paese, ma solo dopo qualche centinaio di metri si accorse di non avere acceso i fari. Si fermò e cercò sotto il volante l’interruttore e lo spostò all’insù. Rialzò lo sguardo solo per vedere cumuli di pietre, mattoni, case rase quasi al suolo. Si fermò non potendo proseguire oltre e il silenzio assordante era ormai  diventato un vociare di urla, pianti e guaiti di animali. La notte si era fatta chiara dalla polvere che era sospesa nell’aria. I pali della luce erano a terra, i cartelli stradali schiantati e sommersi da macerie. Non sapeva cosa fare, come muoversi, dove andare. Correndo verso un muro crollato, intravide altra gente, in pigiama come lui, che correva altrove. Poi si fermò di colpo. Vide per terra una bambola fra i detriti e alzò gli occhi, in alto verso la sua destra. Una casa era completamente sventrata, il letto ancora al suo posto, ma le pareti abbattute. Abbassò gli occhi verso la bambola e intravide una macchia di colore fra i detriti. Allungò le braccia e prese quella creatura che sembrava dormisse. I capelli fra gli occhi, una manina chiusa a pugno, il pigiama macchiato di rosso. Nessuno lì intorno. Scese da quel cumulo di macerie con quella creatura fra le braccia e la adagiò su una fioriera di legno, fra qualche ciuffo di geranio ancora in fiore. Stette immobile senza poter far nulla, senza darsi una spiegazione logica né un perché, sino a quando udì una sirena e un automezzo che si fermò a pochi metri da lui. “Non ho potuto far nulla, è morta fra le mie braccia”, disse al vigile del fuoco che accorreva da lui. Era un ragazzotto di poco più di vent’anni che tremava come una foglia, spaventato e terrorizzato. Erano le cinque di mattina del 25 agosto, non c’era un filo di vento e da est cominciava a rischiarare timidamente su quell’inferno di polvere e pietre. Dopo qualche giorno, fra centinaia di persone che erano accorse, seppe da un cronista della televisione che Battista, su ad Accumoli, era una delle vittime di quella sciagura che si era portata via qualche altro centinaio di persone. Aveva salvato due persone, ma per uno scherzo del destino che aveva truccato le carte a suo sfavore, il solaio di una casa lo aveva schiacciato, senza lasciargli scampo. Sul sedile della sua Land Rover c’era ancora quella bottiglia di vino, il dono prezioso di un ormai tragico ritorno alla vita.